Ugo Boccassi: Piccola città

Colta al volo

In corso Roma, quattro ragazzini (16/17 anni) mi passano accanto e colgo al volo questo discorso.

Uno dice: “Hai visto, quanti candidati a sindaco ci sono e quanti a consiglieri?”

Gli altri rispondono: “Eh, sì, una marea…”

Chissà perché lo fanno” si domandano ancora e il più saputello: “Perché ci guadagnano e se no rubano…”

In coro all’unisono: “Meno male che non votiamo!”

Se questo discorsetto l’avesse sentito Renzo Arbore, avrebbe commentato: “meditate, meditate alessandrini..”.

Io, anche se collezionista di oggettistica degli anni ’50, non sono Arbore e tuttavia una riflessione la voglio fare: “È questa l’Italia, la città che vogliamo lasciare ai nostri figli?”

Li abbiamo allevati certo con ogni comfort, ma gli abbiamo tolto la voglia di lottare e soprattutto la speranza nella giustizia, il valore del giusto merito, ed abbiamo prodotto il rifiuto per questo sistema ingannevolmente democratico che si esprime con il voto.

Ecco perché dobbiamo andare alle urne, comunque la pensiamo e cercare di eleggere i nostri rappresentanti. Dobbiamo essere consapevoli, però, che il nostro giudizio-assenso è vincolante per il loro comportamento; che una volta eletti, non debbono sentirsi plenipotenziari del loro unico interesse; che l’elettore, mai come questa volta, dopo aver esercitato il proprio diritto di voto, eserciterà costantemente il diritto/dovere di controllo e non consentirà più di essere defraudato di servizi essenziali a beneficio della spettacolarità improduttiva.

Oggi, al cittadino spetta un grande impegno: quello di far crescere la sua coscienza critica, non qualunquistica, ma volta ad una partecipazione attiva per la gestione del proprio patrimonio di vivibilità. Cessiamo quindi di compiacerci nella realtà virtuale e diamo fiato alla nostra voce, l’arma più potente che abbiamo.

UN APPELLO AL VOTO DUNQUE, RESPONSABILMENTE AL VOTO. L’astensione gioca masochisticamente a nostro danno. Non vorrei che quel che non fecero i barbari, potremmo farcelo noi moderni… Barberini!

L’amico Mario Bortolato, in arte Bort, mi aveva regalato questa vignetta già molti anni fa. Mi scuserà se l’ho un po’ adattata alla situazione odierna, ma neppure tanto, poiché già allora aveva interpretato la protesta verso un certo modo di governare. Io non posso che ribadire che solo un buon voto potrà permetterci di cambiare le cose.

La vendetta del perdono

Maggio 1944 – Rappresaglia. I tedeschi non guardavano tanto per il sottile. Non si era neppure spenta l’eco della strage della Benedicta, che già altri eccidi, magari di un solo uomo, insanguinavano la terra del Monferrato. D’altra parte, i partigiani non potevano che agire con la guerriglia: colpire e scappare sulle colline. Sapevano che non ci sarebbe stata pietà per chi veniva preso, sapevano anche che rischiavano, per rappresaglia, la vita di qualche innocente. Il dilemma c’era, ma non poteva esserci. Non c’era il tempo per giudicare se ormai la vita di uno potesse valere la libertà di tutti gli altri. I più crudeli, in questo tipo di azione di vendetta, però, stranamente, o forse non tanto, erano i connazionali dell’altra parte. I tedeschi consideravano gli italiani come traditori, anche se forse era un comodo alibi per poter finalmente avere sfogo contro chi, da Mussolini all’ultimo popolano, non avevano mai stimato alla pari. Gli altri aggiungevano invece, al fanatismo di una non lucida follia, il desiderio di rivalsa, la non sopita speranza di ritornare a godere dell’importanza di prima o solo di una gioventù ipnotizzata dagli slogan, dai bandi, dalle promesse, da cui faticava ad uscire. Fatto è che la rabbia, anche perché molte volte impotente, era la loro e neppure il vincolo di sangue la poteva calmare.

Proprio uno di questi gruppi di irriducibili padroncini, comandati da un tenente che, non solo per il fatto di essere biondo, ma anche negli atteggiamenti e nella lucida divisa nera, scimmiottava i commilitoni tedeschi, vide quattro giovani contadini vicini al muro di cinta del cimitero, che stavano parlottando. Chissà, forse erano andati a piangere i loro morti; chissà, il posto, seppur lugubre, forse era sempre meglio del teatro orrido della guerra; chissà, raccogliersi in preghiera di fronte a chi ormai aveva chiuso con la vita; forse, poteva essere una supplica perché tutto finisse al più presto. E non si sa come, se per macabro sadismo, se per far valere un potere che ormai stava scemando, il tenente blocca il suo manipolo e, avvicinandosi, li accusa di essere partigiani che tramavano contro l’ordine costituito. Qualche timida smentita. Qualcuno, anche nel drappello repubblichino, tenta di calmare le acque, di far valere, dopo la soddisfazione di incutere paura, un pacato ragionamento. Ma il biondino non vuole sentire ragioni e vomita accuse. Partigiani, traditori, scioperati, disertori,… colgono i nostri contadini con le mascelle serrate per non incorrere in una tragedia peggiore. Al tenente però non basta. Forte del suo mitra, spinge uno dei quattro malcapitati in ginocchio e pretende che gli si lecchino gli stivali. Un attimo terribile e la lingua del poveretto sembra eseguire l’ordine, ma il seguente colpo di reni orienta la saliva in un copioso sputo in faccia. Il ghigno si trasforma in aspetto spettrale, d’un pallore preludio di morte, per cambiarsi subito in rosso paonazzo, e mai le orecchie di Dio, in caso ne fosse dotato, sentirono bestemmie più immonde. L’ordine, anche in italiano, è tremendo, è irrevocabile: fucilazione. Il muro del cimitero sembra fatto apposta e le crepe tra i mattoni sembrano ghigni malefici. Qualcuno implora. Un fremito percuote tutti indistintamente ma l’offesa dà morte. In pochi minuti, bendati. Il plotone, i fucili puntati. Solo le labbra dei quattro ormai ciechi si muovono sommessamente in qualche preghiera e fuoco prorompe con sadico piacere. Dieci gli spari, quattro i corpi che si accartocciano per terra dopo un sussulto e il drappello, grottescamente marziale, che se ne sta andando. “Questo respira ancora”, sibila la voce del biondo tenente, “dagli il colpo di grazia”, ordina al più vicino. E ai dieci colpi se ne aggiunge un altro. Il colpo di grazia è un fragore più forte dei dieci spari. La camionetta riparte con un impietoso “boia chi molla”.

Tutto è finito: c’è chi vivrà una vita migliore e chi nel vanto dell’impresa, per esorcizzare – vana speranza – il rimorso che presto o tardi verrà. Fu forse per questo improvviso e fuggevole pensiero che il colpo di grazia, graziò una vita? Chissà, nessuno lo saprà mai. Fatto sta che Giuseppe si ritrovò ferito grave ma vivo e siccome Caronte, con la scusa di avere la barca troppo piena, per ordine di qualche ignoto Santo, non lo volle traghettare per le sponde del non ritorno, ebbe la forza di rialzarsi e raggiungere una cascina vicina dove fu curato e rimesso in sesto.

Aprile 1970. Giuseppe, da piccolo contadino, era diventato imprenditore agricolo; aveva acquistato una delle più belle tenute del suo paese (proprio quella dove suo padre faceva il bracciante). La fortuna, che segue percorsi inspiegabili – Dio, per lui che era credente, e che gli aveva chiesto una grande fede nell’imperscrutabilità dei suoi disegni –, gli era stata accanto, chissà perché solo a lui. Prima nel salvargli la vita, poi nell’assecondare i suoi progetti. Ci aveva messo del suo, certo: l’intraprendenza, un pizzico di furbizia, ma mai disonesta, il franco rapporto con i suoi dipendenti che considerava compagni di viaggio e che per lui si identificavano proprio in quegli amici sfortunati che nel 1944 avevano perso la vita. Infatti, il ricordo di quei lontani tragici giorni era una icona mnemonica che costantemente l’aveva, coi suoi contorni nitidi e precisi, accompagnato durante tutti quegli anni. Non avrebbe mai potuto dimenticare la faccia beffardamente tragica di quel carnefice, il biondo tenentino. Nei primi tempi, specialmente alla sera, prima di coricarsi, rivedeva il film del passato, e al termine della pellicola virtuale, un solo pensiero l’ossessionava: trovare quel vigliacco e vendicarsi, fargliela pagare in qualunque modo, saldare il conto per sé e per i compagni. Quante volte si era trovato a pensare, nei momenti più strani: bastava il colpo d’avvio del motore di un trattore, un volto con vaga somiglianza, una camionetta, che oggi va tanto di moda come fuoristrada, per riportarlo là contro quel muro del cimitero. E sempre l’idea della vendetta gli faceva corrugare la fronte, inspiegabile ruga per chi lo vedeva così imprevedibilmente assente, anche in un tranquillo colloquio. Era questione di un attimo, ma quello che solo lui poteva vedere era un macigno sull’animo. Poi, con il passare del tempo, piano piano, lentamente, si stemperò, non il ricordo, sempre vigile, ma il desiderio di farsi giustizia. Non erano stati i suoi capelli grigi, perché tali erano già da allora a mitigare il conflitto, bensì la vita stessa e la riprova di un indecifrabile segno di Dio. Piano piano, lentamente, si era trovato a considerare i tempi dei fatti accaduti, dove l’odio o anche la semplice becera ignoranza avevano diviso gli animi: che brutta vita! E lui non voleva più vivere così. Non voleva dimenticare, ma si stava chiedendo cosa avrebbe fatto se fosse stato al posto degli “altri”. Escludeva di primo acchito che avrebbe commesso una tale barbarie ma… E se si fosse trovato nelle condizioni di subire un incessante lavaggio del cervello, quali sarebbero stati i suoi comportamenti? Un ricordo, che era sempre stato chiaro nel suo eventuale aggancio ad una realtà giustiziale, si era mutato in un continuo subbuglio di dubbi: quando, proprio nel 1970, era arrivata, come una folgorazione sulla strada di Damasco, la soluzione che aveva messo fine ai suoi tormenti. Il perdono aveva preso il posto della vendetta. Sì, se mai l’avesse incontrato, quel tenentino, non avrebbe avuto esitazioni nel dirgli che non gli serbava rancore; che il suo cuore non era più gonfio di odio e che forse entrambi erano strumenti inconsapevoli di un calvario che ciclicamente si rinnova in ogni parte del mondo.

Luglio 1970. È una giornata afosa, nei campi si sta trebbiando, gli uomini sono madidi di sudore. Giuseppe prende la bicicletta e fa una corsa al bar del paese per comprare qualcosa che plachi la gola riarsa dei suoi contadini. È alla cassa e sta per pagare, quando entra un avventore e chiede una bibita. Per un attimo i loro sguardi si incontrano e in quell’istante ciascuno di loro rivede il film della propria vita. Si sono riconosciuti. Il tenentino non è più biondo ma tutto grigio, il che li propone come facce speculari. Ma mentre sul volto di Giuseppe si infiora un sorriso e una mano si stende per un saluto, sull’altro viso si increspa un ghigno, questa volta non beffardo ma di paura. Per un attimo ancora, con gli occhi che sembrano viaggiare avanti e indietro come cabine di una teleferica, i due sono l’uno di fronte all’altro. Poi lo “straniero” imbuca velocemente l’uscita e se ne va scappando. Giuseppe è ancora lì con il sorriso sulle labbra e la mano quasi ancora tesa. Avrebbe voluto dirgli tante cose e soprattutto che per lui era cancellato il tempo del rancore, dell’odio, del desiderio di regolare i conti…. peccato. Forse il suo nemico ha avuto troppa paura… chissà se ci sarebbe stata un’altra occasione. E il nemico era davvero fuggito per paura? Con ogni probabilità sì, ma se qualcuno avesse potuto consultare il Crocefisso del Mondo Piccolo di Guareschi, si sarebbe sentito rispondere: “Vedi, Don Camillo, il perdono è l’unica vendetta possibile. E questo il vecchio tenentino l’ha capito e viaggerà con un altro grave peso prima di riuscire finalmente a trovarmi…”.

Voto a rendere

Voglio tornare a parlare della necessità di esercitare il voto utilmente, non tanto per tutelare interessi di parte, quanto per garantire la governabilità.

Distinguiamo le due votazioni: quella per il sindaco e quella per i candidati.

Essendomi proposto anch’io per il Consiglio comunale, pur non avendo le physique du rôle dell’homus elector, qualche timido tentativo di “battere” il voto l’ho fatto. Molto spesso, però, ho ricevuto risposte del tipo: “ti darei volentieri il mio consenso, ma in lista c’è anche l’amico di mio cognato, al quale non posso dire di no” se non addirittura “devo darlo a mio figlio… a mio fratello… al mio collega, capirai la situazione!”. C’era da immaginarselo, quasi novecento candidati in lizza, per circa 75.000 elettori vuol dire uno ogni ottantina di votanti. Questo dovrebbe dircela lunga in che pasticcio… bipolare ci siamo infilati.

Veniamo al Sindaco: 16 sono i concorrenti! Record italiano, spero non superabile, dovunque, da oggi in seguito.

Mi sono chiesto se il fenomeno non sia conseguenza delle… liberalizzazioni!

Venendo a noi, non mi stupisco più di tanto, poiché siamo diventati, da qualche tempo, la città dei paradossi: non c’è attività economica, nondimeno crescono gli sportelli bancari; le casse del Comune sono vuote e ciò nonostante tutti vogliono fare il sindaco! Se tornasse in vita Goffredo da Viterbo, cantore del Barbarossa, che scrisse Urbs Alexandria, vidit et obstupuit, probabilmente, confermerebbe quegli emblematici versi.

Vengo all’incipit. Voto utile.

È certo una brutta e antidemocratica raccomandazione. Tutti devono avere il sacrosanto diritto a proporsi per gestire la cosa pubblica. Ma il sospetto è che molti siano distanti anni luce da quello che comporterà l’attuazione positiva della loro mission. Non siamo più al tempo delle “folgorazioni sulla strada di Damasco”. È vero, bisogna anche recuperare la fede/fiducia, ma le virtù necessarie sono la competenza e la capacità – non disgiunte dalla conoscenza – amministrativa.

Lungi da me un giudizio sommario su persone che neppure conosco; tutto questo affollamento fa però pensare ad una “insostenibile leggerezza dell’essere” (o del volere essere), quasi fosse un nuovo sport od un tentativo originale (ed un po’ masochistico) di occupare il proprio tempo libero. Che faccio oggi? Mah, sì, mi candido a sindaco! A meno che… la speranza, invero mal riposta, una autostima, un po’ presuntuosa ed esagerata, non sottendano ad altre aspirazioni di tipo garantista, non dei valori di cui si dicono portatori, quanto di se stessi.

C’è poi chi, pur possedendo realmente, per la bandiera con la quale si schiera, un discreto pacchetto di voti, si ritiene baldanzosamente certo di arrivare quantomeno al ballottaggio. Purtroppo, questo atteggiamento (indipendentemente dall’appartenenza) proviene da quella cultura di marketing introdotta dal Cavaliere, che ha contaminato tanti e che tende ad abolire il “condizionale vincente” sostituendolo con il proclama della certezza, perché si dice che il cittadino elettore sia portato a scegliere il victory-man. A mio giudizio, le prospettive di un effettivo cambiamento, che tuteli i cittadini senza proclami, senza enfasi e senza millanterie o promesse che la realtà economica porterà a disattendere, ha sicuramente il volto di una victory-woman, Rita Rossa. Combattere per far cessare, al primo appuntamento, le ansie da caos elettorale sarebbe opera opportuna, anche per quelli che veleggiano nel territorio magmatico dell’indecisione o addirittura dell’inconcepibile non-voto.

Che fare allora il 6/7 maggio prossimo?

Avere la consapevolezza di come il nostro voto sia un atto responsabile. Onde evitare equivoci, lo dico prima di tutto per me, quale candidato (Lista civica Insieme per Rita Rossa Sindaco): non basta la stima che potreste avere nei miei confronti, dovete avere la convinzione che una mia possibile elezione contribuisca ad un “buon governo”, dove vengano privilegiati gli interessi della collettività.

Mi ripeterò alla nausea fino alla scadenza. Il voto (soprattutto l’attuale) non può essere una impalpabile farfalla che si posa con leggiadria a seconda dell’amicizia, della parentela, del favore da restituire. Queste sono condizioni necessarie e tuttavia non sufficienti. Un atteggiamento non riflessivo mette a rischio il nostro futuro e quello dei nostri figli.

Il voto, come la bottiglia di vetro, deve essere sì “a rendere”, ma con una ineludibile redditività civica.

Adès am son pròpi rutt ‘l bàli

Da quando ho palesato la mia scesa in campo quale candidato nella lista INSIEME per RITA ROSSA SINDACO, ho generato diverse reazioni, equamente divise tra i pro e i contro. Voglio parlarvi dei contro. Mi sono giunti da parte di qualche notabile politico al potere (vi lascio immaginare quale) che, pur con parole gentili, ha cercato di farmi desistere, dicendomi che avrei avuto tutto da perdere (devo ancora capire cosa); poi, da parte di qualche conoscente ed amico (?), che denunciava stupore in quanto io, uomo di destra, mi ero schierato a sinistra.

Ora, poiché, quasi di professione, faccio lo storico della quotidianità alessandrina, figuriamoci se non conosco il mio iter. È d’uopo, quindi, che a questi signori, di memoria breve o confusa, io rammenti alcuni miei principi ed alcune tappe. Innanzitutto, li invito ad essere più attenti alla storia in generale, che li informerebbe come il muro di Berlino sia caduto da oltre vent’anni e pertanto bisognerebbe smetterla con le classificazioni in categorie destra o sinistra, soprattutto riferendosi ad elezioni amministrative. In uno dei miei articoli, quando militavo nella DC, ironicamente avevo messo in guardia sull’uso di quelle due parole, entrambe ambigue. Ad esempio: “un uomo sinistro” potrebbe equivalere a “furto con destrezza” (cioè perpetrato abilmente con la mano destra)!

Isbiglio e Ugo Boccassi premiano un artigiano alla CNA.

A proposito dello stereotipo sinistra, devo fare una rivelazione: io sono sempre stato addirittura di ultra sinistra. In ragione di questi condizionamenti meta-lessicali, come lo definireste voi un imprenditore che, molto spesso, non ha portato a casa uno stipendio “vero” per non far mancare la legittima mercede ai propri dipendenti (la scarsa di liquidità per le piccole aziende è sempre stata cronica): uomo di destra? Senza dimenticare che, per anni, sono stato nel consiglio provinciale degli artigiani, per intenderci quello marchiato CNA, di chiara ispirazione social-comunista, pur essendo DC.

E veniamo, appunto, alla DC. Devo averlo già scritto, ho militato in quel partito dal 1968, passando fugacemente dai giovani leoni della sinistra democristiana (sparpagliati in morotei, donat-cattiniani, bodratiani, ecc.), per approdare ai fanfanian-forlaniani e poi, nel 1996, all’ultimo respiro cattolico nel CDU di Buttiglione, con Piercarlo Fabbio (eh, sì!). Dopodiché non mi sono più interessato di politica, neppure allettato dalle sirene di Forza Italia e mi sono dedicato, avendo dismesso l’impresa stampatrice per quella editoriale, a quell’unico partito in cui credo: Alessandria. Se “fuori dai giochi” vuol dire di destra, me lo si deve spiegare.

Da tipografo, in effetti, avrei dovuto sapere, avendo anche stampato milioni di etichette, che tra gli sport preferiti nella nostra città (oltre quello antico d’Acheronte, ma riguardava le vedove), sono ancora vivi il “dissacro” e “l’etichettatura”, cioè il vezzo di bollare le persone, non per quello che hanno fatto o stanno facendo, ma per un’impressione superficiale e, a volte, del tutto arbitraria, basata molto spesso sul sentito dire. Per anni ho dovuto spiegare ad un mio interlocutore che lo “stato di salute” dell’on. Renzo Patria non mi era noto, non essendo più in rapporti con lui da almeno quindici anni. Inoltre, evidenzio che i miei incarichi amministrativi, iniziati con il commissario Macrì e confermati dai sindaci che vennero in seguito (escluso l’ultimo), sono stati in qualità di tecnico (per il mio passato nel mondo musicale e la mia attività nella cultura), non come militante partitico. Se poi ci si riferisce alla mia figura di editore, penso che anche un asino analfabeta possa capire quanto i miei libri siano stati patrimonio culturale per la città (con remunerazione, s’intende, ma qualche volta donati) e non per un determinato sindaco che è, per natura elettorale, pro tempore (da Felice Borgoglio alla coppia Bonadeo-Fabbio).

E qui spunta la parola: ingratitudine!

Secondo un “regale” consigliere, non faccio il nome per carità di patria (e poi mi interessa solo il fatto), io sarei stato un ingrato, per la mia recente scelta, in quanto abbondantemente finanziato da chi è ancora al potere. Non sto a tediarvi con documentazioni a smentita; la mia contabilità è a disposizione sua e potrà constatare che sto ancora aspettando il saldo di una fattura di maggio del 2010 dell’enorme somma di 192 euro (pubblicità del Comune sulla rivista Nuova Alessandria)! Probabilmente ha la coda di paglia e si è convinto che tutti debbono sentirsi beneficati da un Sindaco che “FA”.

Con il sindaco Calvo e il presidente del Consiglio comunale Taverna.

Cerco infine di chiarire alcuni miei rapporti personali.

Qualche tempo fa, prendendo lo spunto da quel grande saggista-scrittore che fu Oreste del Buono, volevo dare alle stampe (e non è detto che non lo faccia) un volumetto su personaggi che avevano avuto, nel tempo, relazioni con me, intitolato “Amici, maestri”. L’amicizia è un grande sentimento, ma a volte, come un grande amore, può finire. La vita ci cambia, le situazioni mutano e andarne a ricercare le colpe è davvero impresa ardua: ti vengono in mente solo i tuoi meriti. Mio padre, tuttavia, mi ha insegnato una “massima” della quale ho sempre fatto tesoro, che per traslato si potrebbe mutuare per questo tipo di rapporto: in un avversario non guardare i suoi difetti, ma le sue virtù; solo così potrai capirlo (ed in quel caso sconfiggerlo). Nel declinare l’elenco di coloro che mi sono stati amici, tanti sono stati i miei “comunque maestri di vita”. Nella lista, un posto lo occupa di diritto Piercarlo Fabbio. A lui devo riconoscenza (e l’ho dichiarato pubblicamente più volte) per avermi messo in condizione di riprendere l’attività quando, per una serie di circostanze, avevo perso l’azienda; a lui devo la mia conoscenza della macchina-partito e di quelle nozioni di politica che mi hanno permesso di leggere e di reggere giustamente gli incarichi affidatimi. Poi, le nostre strade si sono divise ed io non ho condiviso le sue scelte (FI), perché la politica attiva più non mi attraeva. Infine, pur apprezzando la sua voglia ed il suo diritto di “essere in politica”, da cittadino non mi ha convinto neppure la sua idea di città. Ho così conosciuto un Fabbio diverso, circondato da amici diversi e non a me affini. Scontento, non avendo mai abdicato dal ruolo di giornalista (ahimè, sono il decano dei pubblicisti), mi è venuta l’idea, tanto per operare su di un media moderno, di aprire questo blog, forse più per divertimento, con l’intento di contrastare non un nemico, ma “il suo fare e dire”, con quell’ironia “alessandrese” che mi porto dietro dal giornale studentesco “Il Raglio”. La cosa non deve essere piaciuta, per quell’etichetta che mi è stata cucita addosso.

Tra Umberto Eco e Mara Scagni


La riconoscenza, essendo l’uomo più vecchio della “memoria alessandrina”, la devo a tanti e se faccio scorrere la mia mente avanti e indietro, la devo molto di più a rappresentanti della sinistra (mah, sì, abusiamo di questo vocabolo); a cominciare da Francesco Barrera, per continuare con il partigiano Carlo Pagella e per finire, dopo un intermezzo “calvinista” (che per onestà, devo ammettere, fu “musicato” all’inizio da Fabbio) a Pierangelo Taverna e Mara Scagni, che più di tutti mi hanno gratificato. Sono stato scelto, infatti, quale oratore ufficiale all’inaugurazione del monumento a Gagliaudo, prima di Umberto Eco.

Ecco, questi uomini e donne sapevano benissimo che non avrebbero mai preso un voto da me. E i democristiani? Qualcuno c’è stato: Giovanni Sisto soprattutto e il purtroppo dimenticato Vincenzo Milanoli, ma da altri, in cui riponevo fiducia, ho avuto soltanto qualche piccolo guaio.

Capite dunque perché, rivolto a quelli che continuano a chiamarmi transfuga, mi vien da sfogarmi con un am son propi rutt ‘l bali, come avrebbe detto il mio amico Fozzi! E se non sono così malvagio da appellarli con epiteti altrettanto ingiuriosi, li invito a leggere sul dizionario il significato di quella innominabile parola: vuol dire passare da una parte all’altra. Ed allora, di grazia, come si fa a parlare di tradimento se ormai da innumerevoli anni non sono stato “di parte”?.

Ora vengo a quel tuttora amico, candidato sindaco, che mi aveva chiesto, senza averne risposta positiva, di entrare in lista con lui. Spiegandomi che non ne capiva le ragioni (toh, un altro!), mi ha detto: “e adesso non vorrai affermare che ti qualifichi ‘indipendente’!”

Direi proprio di sì!

La mia lista si chiama Insieme per Rita rossa Sindaco ed è una lista civica.

Mio caro, per spiegarti le ragioni della “partecipazione” mi rifaccio sempre alla storia elettorale stampata, che ben conosco. Tra gli slogan per la richiesta di voto, che da secoli imperversano, con uso ed abuso, vi è quello Tal dei tali, uno di voi!

Ebbene, dico subito ai concittadini elettori e naturalmente ai miei compagni di corsa: io non sono uno di voi, voi non siete me. Ciascuno è portatore di personalità, di idee, di valori, di mozioni ed emozioni diverse (ringraziando il cielo, questa è democrazia!). Insieme non vuol dire portare il cervello all’ammasso, ma appunto giocarsi la propria faccia da “indipendenti”, con onestà intellettuale, aderendo ad un programma cui ciascuno di noi ha dato il proprio piccolo o grande contributo per realizzare una possibile NUOVA ALESSANDRIA. Questa è la mia sola parte. Ed io ritengo Rita l’unica opzione vincente per cambiare lo stato delle cose. Eletto o non eletto, mi arrogo inoltre il diritto, non acquistabile, di essere un cittadino criticamente attento all’operato del suo sindaco.

UGO BOCCASSI

cittadino di Alessandria che vuole continuare ad esserlo con orgoglio


Figli di un Marte…

L'edificio della Banca d'Italia.

e di qualche altro dio minore

Questo tema l’avevo già trattato sulla rivista Nuova Alessandria, cioè la non utilizzazione di alcuni edifici, soprattutto militari, in condizioni di abbandono. Oggi (10 Aprile 2012), La Stampa, titolando “Ex caserme, basi e depositi: il patrimonio della Difesa vale tanto ma si vende poco”, mi spinge a ritornare sull’argomento, con ulteriori considerazioni.

Siamo in (uno) Stato deficitario, che però possiede un discreto patrimonio (non solo della difesa, ma demaniale in senso lato). Da più parti se ne invoca la vendita per rimettere a posto i conti, tuttavia, tra incertezze, burocrazia e non acquirenti, finora, non si è risolto un bel nulla. Bisogna poi constatare che i privati, possibili compratori, vogliono, appunto, per “sborsare la pecunia”, alcune concessioni, garanzie e quant’altro (che molto spesso contrastano con la natura artistica del bene, vedi Cittadella), perché il loro investimento sia redditizio. Perciò si è in stallo.

Mi pare che, sebbene possa far gola il capitale privato, ci sarebbe un altro modo per far cassa, se si smettesse di considerare gli organismi dello Stato come compartimenti stagni e non come vasi comunicanti. Faccio l’esempio di Alessandria(*), poiché la situazione mi è più chiara. Quanti soldi spendono per affitti il nostro Comune e la nostra Provincia, per uffici e sedi varie (spesso inutili)?

Credo che un inventario non sia mai stato fatto. Ma se lo Stato cedesse i suoi “possedimenti” a titolo gratuito a queste Istituzioni, per allocare quei luoghi organizzativi, quanto si risparmierebbe? Così finirebbe, in gran parte, la querelle del “non abbiamo possibilità di erogare servizi perché lo Stato ritarda i trasferimenti”. Invece no, il Demanio vuole una remunerazione: come se il marito vendesse alla moglie, che non ne ha i mezzi, l’alloggio di comune abitazione e, per farlo, questa si finanziasse indebitando la famiglia.

Siamo al Teatro dell’assurdo. Un celebre vignettista-umorista francese, Sempé, intitolò una sua pubblicazione “Complicato ma non semplice”, che mi pare proprio adatta al caso. La soluzione sarebbe invece a portata di mano. Io non sono certo un genio del bilancio – e lo escludo tassativamente –, ma appellarsi al mitico “uovo di Colombo” è d’uopo!

(*) Caserma ex-Finanza, via Verona; Alloggi militari, via Piacenza ang. via Arnaldo da Brescia; Alloggi sottoufficiali, via Cavour; Caserma carabinieri, via Cavour; Banca d’Italia, p.za Libertà…

Noli tangere Mancuso!…

…oh donne e uomini di poca fede!

Mi stupisco, caro Nuccio Lodato, di come tu (invidia di ex Presidente?) ed altri vi siate indignati per la rottamazione di un cospicuo patrimonio librario in dotazione al Teatro. Possibile che non abbiate capito come l’operazione Mancuso sia opera di alta strategia economica in favore dell’editoria, più in crisi della crisi che ci attanaglia, affinché noi, poveri editori, si possa ristampare quanto perduto? Certo non potevate immaginare che un grande ingegno, dedito alla cultura, creatore della Biennale di Poesia, potesse avere anche uno spirito così altamente pragmatico. È ovvia l’equazione “+ macero = + ristampe”. Grazie, Elvira, so che da sempre sono al centro della tua attenzione. Grazie, per non aver messo i tomi al rogo, perché so anche quanto tu sia attenta ad ogni tipo di inquinamento!

Ugo Boccassi, editore

P.S. – Sto per dare alle stampe “Vita esemplare di una divoratrice di libri”

Votate “cum grano salis”

Ai tempi del ventennio, era famosa la “battaglia del grano” e la nostra provincia si cinse del serto di spighe. Oggi, con tutte queste inspiegabili candidature a sindaco, si è scatenata una paradossale “battaglia del non grano” (intendendosi non la dorata messe, ma la pecunia che mancherà per anni a Palazzo Rosso). Tuttavia, per questo motivo e per una sfiducia più generale nella politica dei partiti, si rischia che alle prossime elezioni vadano al ballottaggio due soggetti che non si sono neppure presentati: il sindaco Astensione e la sindachessa Scheda Bianca. Per non parlare di un terzo incomodo, la Scheda Annullata, visto il lenzuolo-patchwork che si presenterà al vaglio per la scelta del governo amministrativo.

Da cittadino-elettore, prima che candidato – che ha (e credo di non essere smentito) un background di amore per Alessandria –, mi sento in dovere di rivolgere un appello ai miei compaesani (termine usato con significato non sminuente, ma di amicizia fraterna): andate a votare!

Mai come adesso, con un’aleggiante ingovernabilità per i noti motivi, guai se, per dare un segnale, comunque inane, si usasse il metodo di quel marito che, per fare dispetto alla moglie, si tagliò… i testicoli!

E vi dirò di più: si cerchi di non disperdere il voto.

Questo, non per essere antidemocratico e non voler concedere a qualunque cittadino il diritto di proporsi quale civico amministratore, ma molti dovrebbero spiegare quale strategia sottende la loro mission impossible che non sia quella di “turista per caso”. Lo ripeto, dobbiamo dare elementi di chiarezza per una governabilità e non per un “mercato”.

Ora, rivolgendomi a chi mi conosce e mi stima, mi permetto – e perdonatemi la presunzione – di consigliare la preferenza per quelle liste che appoggiano Rita Rossa. Io l’ho fatto mettendoci la faccia e il mio passato (come recita il motto della rivista “Nuova Alexandria”: ieri per domani), perché ho scelto tra chi dice di fare (e con che compagni), soprattutto servendosi di proclami autoincensanti e chi, con molta onestà e serietà d’intenti, dichiara realisticamente quello che potrà fare!

Costituzioni e Statuti

Per volontà (e forse troppo ottimistica speranza) dell’allora Presidente del Consiglio Comunale, Pier Angelo Taverna, nel 2006 fui incaricato di stampare un volumetto contenente la Costituzione Europea, la Costituzione Italiana, lo Statuto della Regione Piemonte e lo Statuto del Comune di Alessandria. Mi è capitato nelle mani in questi giorni, proprio quando auspicavo la “cultura” di questa specifica conoscenza non solo per i candidati sindaci, ma anche per tutti coloro che ambiscono sedere tra gli scanni di Palazzo Rosso. Va da sé che molti dei vecchi consiglieri (bipartisan per par condicio) ed assessori, visti tutti i casini combinati, non ne abbiano mai preso visione. Non so se questi libretti siano stati tutti distribuiti, ma sarebbe bene che con gli ultimi spiccioli se ne ristampassero un centinaio (libero l’Amministrazione dall’eventuale captatio benevolentiae per invocare il mio diritto di riproduzione). Distribuito a ciascun eletto, dopo quindici giorni, lo stesso venga interrogato e bocciato, senza appello a settembre, se risultasse impreparato. Avanti quindi con i primi esclusi e, se anch’essi non fornissero garanzia dell’apprendimento, meglio un consigliere in meno che un amministratore “ignorante”. Inoltre, penso che presso qualche casa editrice specializzata si possano trovare manuali di contabilità della pubblica amministrazione, compagni di studio altrettanto necessari. Se questa teoria fosse praticabile, sarebbe davvero “cosa buona e giusta”!

Stralcio da quella pubblicazione le parole del Presidente della Repubblica, che ne costituivano la prefazione:

Il Presidente della Repubblica esprime apprezzamento per l’iniziativa […] volta a promuovere una miglior conoscenza dei principi e delle leggi fondamentali delle comunità […] riveste un’importanza indispensabile per la maturazione della coscienza civica dei giovani. È questo il modo di accrescere, attraverso una cittadinanza attiva, il senso di appartenenza alla Nazione […]”

Meditate, meditate – come direbbe Renzo Arbore –, aspiranti amministratori.

Essere pro o essere contro?

Mi ero ripromesso di fare una personale campagna elettorale non “parlando contro” ma “proponendo per…” e anche il mio riferimento quale sindaco, Rita Rossa, mi pare avesse, più o meno, enunciato questa strategia. Molto difficile mantenere, almeno da parte mia, la parola.

Non passa giorno, infatti, che il Grande Comunicatore di scuola berlusconiana non offra spunti, molti dei quali non possono che ispirare satira, di personalizzazione del confronto. Diceva così un famoso spot: se lo conosci, lo eviti (adatt. non lo voti). Il problema, però, è che molti lo conoscono solo attraverso la sua roboante autocelebrazione (per carità, legittimo strumento di propaganda). Se i fìsu ammàch di Lisandrén s-ciapà (se ci fossero solo dei veri alessandrini), a quest’ora lo avrebbero già seppellito… nella “luminosissima” piazzetta della Lega. Purtroppo, la nuova alessandrinità, un melting pot di recenti caratterialità, non possiede più il senso dell’ironia (che derivava loro dal motto araldico e che, incruentemente ma inesorabilmente, faceva abbattere l’elatus) ed allora il pericolo di un Fabbio 2 è incombente. In questo gioco scellerato – l’ho detto non molto tempo fa –, creato dalla crisi ma soprattutto dalle nebulosità della galassia giudiziaria, è facile confondere e confondersi. Il rimpallo delle responsabilità non favorisce un equo giudizio. La verità appare come la Titina, la si cerca e non la si trova neppure là dove dovrebbe essere. E, appunto, il gioco perverso che viene proposto all’elettore assomiglia molto alla “roulette russa”. A chi credere? Quale scheda introdurre nell’urna? Il foglio della vendetta o la “carta” della beatificazione?

Qualcuno potrebbe obiettare che lo scenario da me rappresentato sia esageratamente apocalittico. Davvero? Provate a pensare alle finanze del Comune. Dissesto o non dissesto, sono a quota zero. La riprova è chiedere ai fornitori ed ai creditori di Palazzo Rosso, che sono incolpevoli protagonisti di una deleteria reazione a catena. Niente soldi, niente lavoro, niente occupazione. Forse non apocalisse, ma tragedia certo.

Ed allora, mai come questa volta il voto va responsabilmente indirizzato, dopo un’attenta e convinta riflessione. Non bisogna fermarsi solo al sentito dire, non basarsi sulla simpatia o quant’altro, non dividersi nella dicotomia del “ponte sì o no”, o tra coloro che dicono ahi, Alessandria di dolor Cittadella, oppure che questa sia l’unico baluardo per la nostra ripresa economica-finanziaria. Insomma, votiamo consapevoli per la città che vorremmo, compatibile il più possibile con i mezzi reali e non con i paroloni. Personalmente, sono convinto che, chi “fa”, non ha bisogno di dirlo, parlano per lui i fatti!

Io non ci sto

Cari Giudici della Corte dei Conti, come ebbe a dire la buonanima di Scalfaro: io non ci sto!

Non ci sto al vostro tergiversare, al vostro dilazionare e vi spiego i motivi che coinvolgono tutti.

In primis a tutela di Piercarlo Fabbio e della sua Giunta, anche se so che la sua indiscussa capacità mediatica punterà a far girare a suo favore la vostra indecisione. Questa grava e graverà, creando, nell’incertezza, un’atmosfera di sospetto che è più deleteria del famoso sivigliano “venticello”. Se è innocente, va dichiarato a grandi lettere, tonde e grassette. Se è colpevole, altrettanto. Questo atteggiamento, invece, che qualcuno sembra voler interpretare quasi cautela (par delicatesse, avrebbe detto lo storico Inviziati) per l’incombente campagna elettorale, farà infuocare gli animi, dividendo la città in guelfi-colpevolisti e ghibellini-innocentisti (cosa che forse non era nemmeno successo tra l’antico PCI e la dispersa DC nel primo dopoguerra).

In tale confronto elettorale – che, già di per sé, è piuttosto un “brodo primordiale”, da dove si può arguire come sia più facile escano velociraptors che homini sapiens –, il clima sarà infuocato e non credo ce ne sia bisogno. I cittadini, già disorientati per le decine di liste, tra l’altro quasi con gli stessi menù, si disamoreranno maggiormente alla politica, accomunando profeti, falsi profeti, onestà civica e egoistici profitti, senza saper scegliere con un orientamento consapevole. Vi pare un bello scenario? Se poi uno riflette sugli emolumenti che i togati percepiscono (non so quelli della Corte dei Conti, ma non è rilevante), pubblicati recentemente da La Stampa, non si può che rammaricarsi, in quanto l’assunzione di responsabilità sarebbe stata d’obbligo.

Invece no, si è optato per il gioco dell’elastico, che non rasserena il confronto ma dà fuoco alle polveri.

Mi auguro, allora, che tutta questa pletora di folgorati sulla strada di Damasco, con l’improvvisa vocazione a Sindaco e soprattutto i maggiori contendenti, abbandonino un momento la pur grave, insoluta querelle, per parlare solo di programmi, nell’interesse di una città che comunque andrà amministrata, stanti le reali ristrettezze economiche. Tuttavia, io cittadino, ancor prima che elettore, ho sentito il dovere di affermare, davanti ai rimpalli, un purtroppo inane “non ci sto”: almeno mi sfogo!

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